Lavoro, Lotte

Ricordando Giuseppe Di Vittorio

di Michele Fumagallo

«La scandalosa forza rivoluzionaria del passato» è l’espressione usata da Pier Paolo Pasolini per significare un uso trasgressivo e non consolatorio della memoria. Insomma, riandare indietro nel passato ha un senso soltanto se è utile al presente, cioè all’anticonformismo del presente. Altrimenti, per chi ama la trasformazione, perché perdere tempo? Riscoprire quindi la memoria di un personaggio del tutto particolare come Giuseppe Di Vittorio ha un senso se quel lascito viene scagliato contro il conformismo del presente, anche contro il conformismo dell’organizzazione sindacale da lui fondata.
L’11 agosto, è il centoventesimo anniversario della nascita di Giuseppe Di Vittorio, grande sindacalista e fondatore della Cgil. Il modo migliore per onorarlo è usare la vita straordinaria, ovviamente discussa e rivista (niente santini, per carità), di questo protagonista assoluto della sinistra del Novecento, padre fondatore della Repubblica e della dignità pubblica del lavoro, per riprendere il filo di una storia smarrita. E non sarebbe male se si partisse dalla sua patria d’origine, la pugliese Cerignola, per onorarlo con una operazione di inversione di tendenza che si lasci alle spalle la miseria culturale e politica di questi ultimi anni.

Arte pubblica popolare
Parliamo del ripristino, in una sede adatta per la sua fruizione (critica, ovviamente), di un’opera d’arte, frutto di un movimento muralistico di «Arte pubblica popolare» che ebbe, negli anni settanta del secolo scorso, nel manufatto Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno uno dei suoi (pochi) lasciti. Un’operazione quanto mai simbolica di una storia e di una memoria cancellata da molti, con la complicità della sinistra e della Cgil. Quell’opera di 150 metri quadri, tre grandi prismi sorretti da una complessa struttura in acciaio, innalzata nella Piazza della Repubblica di Cerignola nel 1975 in presenza di esponenti politici, culturali e sindacali (Sergio Garavini, tra gli altri) raccontava in numerosissimi «quadri» tutto il percorso del Mezzogiorno con il nume tutelare Di Vittorio a fare da «guida».
Un’opera che destò discussioni e polemiche ma che riuscì a convogliare nella piazza sempre tanti visitatori curiosi di leggere il Sud dal versante più complesso di quell’operazione artistica a cui partecipò attivamente per due anni anche una parte della popolazione. Un’opera che restò lì per circa dieci anni, fin quando l’amministrazione di sinistra che reggeva le sorti della cittadina pugliese alla fine della prima metà degli anni Ottanta non decise di avviare una ristrutturazione completa della piazza con la rimozione del Murale Di Vittorio (come tutti ormai chiamavano l’opera) che fu smontato in modo del tutto anomalo, cioè fatto letteralmente a pezzi e depositato nella sede della nettezza urbana del Comune. Dove giacque per tantissimi anni senza che si riparlasse più del suo ripristino. Iniziò l’oblio, che simboleggiava il comportamento della sinistra che aveva imboccata la strada dell’abiura di un passato carico di significato e di valori. Nella sua rincorsa affannosa della modernità (altrui) la sinistra smarriva non solo la sua storia ma perdeva anche qualsiasi capacità attrattiva. E infatti vennero gli anni della rivincita della destra fascista, nel frattempo ripulita, che conquistò il municipio, gli anni del degrado e della delinquenza organizzata, gli anni in cui tanti democratici smarrirono se stessi e la propria storia, in una rincorsa affannosa fatta di crescita e benessere malato, speculazione edilizia e super sfruttamento degli immigrati, ricchezza per una borghesia sempre più ristretta e emarginazione sociale per una massa di giovani cui non restava altro, per sfuggire a queste tenaglie, che la strada di una nuova emigrazione.
Di quell’opera nessuno parlò più fin quando uno storico del movimento operaio del Tavoliere e di Di Vittorio, Giovanni Rinaldi, la “riscoprì” nei locali della nettezza urbana del Comune, investì la Cgil del problema, coinvolse la restauratrice Natalia Gurgone che aveva studiato a fondo quel «Murale». Il nostro giornale iniziò una campagna di stampa che si rifletté sul piano nazionale stimolando anche una risposta di Susanna Camusso, attuale segretaria della Cgil. Poi alcune manifestazioni in quel di Cerignola da parte di giovani e di esponenti dei Circoli del Manifesto di territori confinanti (l’Irpinia) e la partecipazione appassionata di uno degli autori principali dell’opera, Ettore De Conciliis, che espresse subito la sua disponibilità a guidare il restauro e la collocazione in una sede adatta, allargarono ancor di più la sensibilità.

Il restauro o la distruzione
Tutto sembrava in moto perché, per la prima volta, attorno al restauro di un’opera, che richiede tra l’altro una spesa molto contenuta, si erano coagulati gli esponenti giusti: l’autore Ettore De Conciliis, la restauratrice Natalia Gurgone, il consulente storico Giovanni Rinaldi. Un tris pronto a partire con il lavoro, ma che nessuno, a cominciare dal proprietario dell’opera cioè il Comune (un’amministrazione di centro destra che che sguazza nelle sabbie mobili in cui è prigioniera), si degna di chiamare per discutere in modo definitivo della questione. Così le cose languono e rischiano di nuovo di precipitare nell’oblio e nella distruzione stavolta definitiva dell’opera.
Colpisce infine il silenzio di Nichi Vendola, perché protagonisti come Di Vittorio fanno parte della sua formazione politica. Davvero il presidente pugliese non ha da dare nessuna risposta ai tanti giovani e tante persone che hanno espresso sdegno per l’abbandono assurdo e così carico di simbologia reazionaria, dei pezzi di un’opera dedicata al movimento operaio e bracciantile del Sud, come fossero calcinacci da buttare?
E sì che Cerignola, che oggi sta sospesa in un limbo tra un futuro che non si vede all’orizzonte e un passato che ha lasciato tante macerie, potrebbe riprendere un suo cammino, magari a partire dal Murale Di Vittorio, se riuscisse ad agganciare la parte sana del suo passato con le domande di futuro che provengono dalle sue energie migliori. Un lavoro lungo, che richiede spirito critico, radicalità e severità di analisi, e ovviamente impegno. Un lavoro a cui nessun democratico autentico può sottrarsi.

da il manifesto.it

Fonte: www.rifondazione.it

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