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I ticket, un male della sanità pubblica da abolire

I tecnici usano chiamare il ticket “compartecipazione alla spesa” senza l’aggettivo “ulteriore”. Come se la compartecipazione alla spesa sanitaria non fosse già prepagata con la tassazione progressiva diretta (art. 53 Cost.) e con la tassazione indiretta (IVA, accise sulla benzina e altri balzelli). Inoltre per un bel numero di accertamenti sanitari, la spesa è gravata anche dalla aggiunta del superticket: una tassa di accesso alle strutture pubbliche. Il costo del ticket + superticket, in molti esami, supera il costo di produzione dell’esame più il profitto che vi applica un gestore privato: tanto che oggi (cosa nota a tutti gli utenti del Ssn) è diventato più conveniente eseguire una parte degli esame diagnostici in regime privato.

Intervistato sul “Il Gazzettino di Mestre, il 27.12.2013, il dott. Sergio Berra, direttore sanitario della struttura privata convenzionataPoliambulatorio Caorlese, ricordava: Gli esami sanitari con il ticket? Possono rivelarsi un imbroglio, e in questi casi meglio farli con la libera professione” (…) “una radiografia semplice, dal ortopantomografia ad un torace, l’arto inferiore o superiore, invece dei 22 euro della libera professione ne paga 47 (€ 37 di ticket + € 10 di ricetta). Lo stesso dicasi per gli esami del sangue: invece di una quindicina di euro per uno screening standard di 7 esami se ne pagano 47 (…) Infatti stando al tariffario ragionale una ricetta che prescriva emocromo (€ 4,10 di costo in libera professione), creatinina (€ 1,35), colesterolo (€ 2,75), trigliceridi 8”, € 75), glicemia (€ 1,35), transaminasi (€ 2,3 ), uricemia (€ 1,10), quindi con al libero professione verrebbe a pagare € 15,70, mentre con il ticket della ricetta rossa la somma lievita a € 46,15.

Quando il ticket fu introdottovenne motivato con il bisogno di stimolare i cittadini a non spendere, se non a ragion veduta, le limitate risorse finanziarie della sanità. Scriveva, qualche anno dopo, il prof. Gilberto Muraro delDipartimento di Scienze Economiche, Università di Padova in “Politiche sanitarie,” vol. 12 N. 3,  2011: “il ticket: non riduce la domanda, perché le ricette le stila il medico, non il paziente; è regressivo, colpendo relativamente di più il povero del ricco; è dannoso per la salute, perché scoraggia il ricorso a cure tempestive; è negativo per la stessa finanza pubblica perché la mancata cura genera cure tardive più costose: è insensato sul piano gestionale perché comporta costi di esazione pari quasi al gettito”

Nel marzo di quest’anno uno studio AGENAS ci ricorda che “Nel periodo tra il 2012 e il 2015 gli italiani hanno pagato più di dieci miliardi di euro tra ticket sulle prestazioni specialistiche, pronto soccorso e altri ticket (esclusi i farmaci) e per le prestazioni in intramoenia”.

Nel “Monitoraggio della spesa sanitaria” 2017 la Ragioneria generale dello Stato fa presente che Dal 2001 al 2005 la spesa sanitaria è cresciuta al ritmo del 7,5%. Poi dal 2006 al 2010 solo del 3,1%. E dal 2010 al 2016 il valore medio annuo diventa negativo: -0,1 per cento.

Ivan Cavicchi scrive il 4 ottobre sul “il Manifesto”: Pisapia ha chiesto a Gentiloni << investimenti per la sanità >> che però attenzione non vuol dire veramente investimenti cioè soldi per costruire servizi, assumere personale, garantire le tutele di diritto, ma più esattamente l’abolizione del super ticket di 10 euro sulla ricetta. Cioè il governo deve trovare circa 1 miliardo per rendere possibile la sua abolizione (cioè una mancia elettorale; ndr)(…) Nonostante il Pil sia cresciuto nel 2017 del 1,5% il governo prevede di continuare con la sua linea di progressivo de-finanziamento della sanità. Il 6,5% di spesa sanitaria nel 2018, il 6,4% nel 2019, e ancora diminuita nel 2020 portandola al 6,3%. L’Oms per la sanità ha fissato la soglia di investimento pubblico degli stati al 6,5% come limite al disotto del quale è certo che si impedisce alla gente l’accessibilità ai servizi sanitari (…) Il definanziamento del pubblico è funzionale alla privatizzazione della sanità cioè è la misura che finanzia la defiscalizzazione delle mutue, dei fondi integrativi, delle assicurazioni. Il welfare aziendale incentivato pesantemente dal governo significa la fine dell’universalismo e il ritorno ai sistemi di tutela basati sul reddito e non più sui diritti. Si muore nei pronto soccorso perché sono stati tagliati in modo scriteriato decine di migliaia di posti letto. I consultori stanno morendo. (…) La qualità delle cure continua a scendere (…) Mezza Italia non ha gli stessi diritti dell’altra mezza Italia costretta a vendere i suoi malati al nord, nuovo mercato per stare nella parità di bilancio”.

Lo stesso giorno in Economia&Mercato/Italia si poteva leggere che alla Farnesina si è svolta una conferenza “Qualità del sistema sanitario italiano, turismo e attrattività dei territori” in cui ha ricordato il ministro Alfano, “sono 11 milioni le persone che si spostano nel mondo per ricevere cure, muovendo un fatturato pari a 100 miliardi di dollari”. In questa classifica di Paesi destinari, “l’Italia si colloca al nono posto in termini di attrattività a livello mondiale e al quarto posto fra i Paesi europei”. Non soltanto cultura, moda, cucina e design, da oggi “nel brand Italia c’è anche l’eccellenza sanitaria italiana” avverte Alfano. (nessun commento, fate voi, ma ricordate che fra due mesi è natale; ndr)

Carlo di Foggia il 17 ottobre sul Fatto Quotidiano scrive: “Ieri il governo ha approvato la manovra finanziaria per il 2018. […] La manovra delinea un quadro fiscale restrittivo. Conferma l’intenzione di far scendere il deficit pubblico dal 2,1% di quest’anno al 1,6 del 2018, per arrivare allo 0,9 nel 2019 e al sostanziale pareggio di bilancio nel 2020: una stretta da 8 miliardi subito, e da 22 miliardi nel successivo biennio, e questo se le prospettive di crescita si confermeranno rosee come previsto dal governo (altrimenti il costo cresce) (ecco cosa è servito la modifica del art 81 Cost. Ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione: appunto la malattia del contabile secondo Keynes. Ma se poi spendi 18 miliardi per comprare gli F35 e altri 20 per la loro gestione, 24 di decontribuzione fiscale alle aziende, altri 20 per salvare le banche private e ogni anno tra i 60-70 miliardi di Fiscal Compact, e non puoi neppure più stamparteli, dove li trovi ancora i soldi? Qualche malizioso dice nel welfare: pensioni e sanità principalmente; ndr). […] Così com’è ora la Finanziaria per il 2018 vale circa 20 miliardi: 14,7 se ne vanno per disinnescare gli aumenti automatici dell’IVA(automatismo peraltrovoluto dal governo precedente e approvato dal Parlamento dei nominati, ndr). Confermati anche gli sgravi alle imprese che assumono i giovani: vale uno sconto triennale del 50% sui contributi dovuti per chi assume con contratti a tempo indeterminato un lavoratore sotto i 29 anni (senza più la tutela del art 18 e cioè licenziabile al bisogno della multinazionale di turno: ILVA insegna; ndr) […] E’ la quarta misura del genere in quattro anni, dopo i 20 miliardi di trasferimenti alle imprese dal governo Renzi che hanno prodotto un boom solo il primo anno (poi i contratti precari hanno ripreso a decollare)[…]Non c’è, nel testo, lo stop ai superticket sanitari chiesto da Mpd per votare la manovra: costa 600 milioni( la ministra Beatrice Lorenzin a marzo scorso sosteneva : “ I ticket oggi rendono 3 miliardi di euro l’anno, che rispetto ai 113 del fondo sanitario in effetti sono marginali (…) Certo si potrebbero togliere”. Poi gli debbono aver spiegato che l’anno prossimo ci sono le elezioni e non va sprecata una buona carta da giocarsi nelle bufale della campagna elettorale: ancora 7 milioni di italiani non si cureranno per i ticket e l’intramoenia, ma si sa anche lei tiene famiglia; ndr) […]l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni nel 2019, come previsto dalla riforma Fornero. Continua Di Foggia sul Fatto del 20 ottobre: “Poi c’è il rinnovo dei contratti in sanità che costa costa 1,3 miliardi, ma il governo ha deciso che saranno a carico del fondo sanitario: è un taglio netto.Massimo Garavaglia, coordinatore degli assessori alle finanze delle Regioni minaccia le dimissioni:la spesa sanitaria scenderà sotto il 6%, in Grecia è al 5%”.

Diceva Umberto Veronesi (allora ministro della salute) quando ancora non esisteva il “superticket”, cioè quei 10 euro da aggiungere al ticket per le prestazioni di diagnostica e specialistica che pagano in più i lavoratori che hanno redditi lordi superiori ai 36 mila euro: “E’ una tassa ingiusta, doppiamente ingiusta, perché colpisce persone ammalate e diventa sempre più pesante man mano che la malattia si aggrava. E non va sottovalutato che la gestione dei ticket, oltre a imporre un defatigante iter ai malati determina anche un costo burocratico con l’impiego di 10.000 persone nel paese”.

Ci ricorda il direttore del Quotidianosanita.itCesare Fassari. “ che il superticket introdotto per la prima volta nel 2007 dal governo Prodi fin da subito sollevò fortissime proteste. E così a pochi mesi dalla sua introduzione, lo stesso Governo guidato da Romano Prodi, assicurò con fondi statali la copertura degli introiti che sarebbero dovuti pervenire alle Regioni da quel ticket che (a parole) nessuno voleva .

Da allora, era il 2007, si andò avanti così, per alcuni anni, con coperture stabilite anno per anno per un totale di 834 milioni annui, ma senza mai cancellare effettivamente la norma che introduceva quei nuovi ticket.

Così, quando arrivò la stangata del luglio 2011 del governo Berlusconi/Tremonti quei 800 e passa milioni di euro entrarono nel conto dei risparmi pubblici da realizzare e il superticket tornò ad essere operativo, senza alcuna pezza da parte dello Stato (…) Per la compartecipazione al costo sui farmaci, visite mediche, esami diagnostici e pronto soccorso i cittadini hanno pagato nel 2016 quasi tre miliardi di euro, precisamente 2.8885,5 miliardi come certificato la Corte dei Conti nella sua relazione sulla spesa pubblica 2017 (…) i ticket sono forse una delle più grandi ingiustizie sociali, molto più della tassa sulla prima casa, ed abolirli del tutto sarebbe una scelta equa e solidale e anche molto popolare (non populistica…)

A cinque anni di distanza dall’invenzione del superticket e circa 20 del ticket, scriveva Nerina Dirindindell’Università di Torino 12/3/ 2011 (oggi parlamentare del Mdp):Il Ministero dell’economia appare interessato al gettito da ticket e non anche all’equità del sistema, argomento che peraltro dovrebbe essere oggetto di attenzione in primo luogo da parte del Ministero della salute. L’attuale normativa presenta infatti numerose incongruenze e disparità di trattamento. Valgano per tutti due esempi: a parità di reddito è esente il disoccupato (colui che ha perduto il lavoro), ma non è esente l’inoccupato (colui che non ha mai avuto un lavoro); a parità di nucleo familiare, un sessantacinquenne che vive da solo con un reddito di 35.000 euro è esente, mentre un sessantaquattrenne che vive da solo con una pensione di 8.300 euro non è esente.” Il superticket di 10 euro è una quota fissa che un assistito (non esente), al quale siano state prescritte delle prestazioni specialistiche, deve pagare semplicemente per aver diritto a utilizzare gli ambulatori pubblici. Una volta pagata la quota fissa, il paziente deve pagare anche il ticket sui servizi fruiti, in base al numero e alla tipologia degli stessi… Il superticket rende più costoso il ricorso al servizio pubblico per un gran numero di accertamenti a basso costo e favorisce lo spostamento della domanda sul settore privato (che non applica il superticket). Il che vanifica l’obiettivo di aumento delleentrate, sul quale punta la manovra, e consegna al privato una parte della specialistica ambulatoriale… A parte i modesti effetti sui saldi della sanità pubblica, il ticket di 10 euro produce un altro preoccupante risultato: diminuisce di fatto la copertura assistenziale assicurata dalla sanità pubblica a favore dei non esenti, incoraggiando il ricorso alle strutture private.

A proposito della diminuzione della copertura assistenziale assicurata dalla sanità pubblica in conseguenza dei ticket e della messa a punto del nuovo Ssn, scrive Lorenzo Roti su SaluteInternazionale 8.04.2013:Il “superticket” è stato usato come cavallo di troia” per fare strada alla privatizzazione dei servizi. In Toscana è a rischio l’universalismo? … Il rapporto OASI 2012 ci ricorda che anche i ticket sui farmaci sono aumentati del 40%, più di un cittadino su due paga di tasca propria visite ed esami per evitare le file della sanità pubblica e perché, tra ticket e superticket, spesso il privato costa meno. La conseguenza è stata quella di una drastica riduzione di visite specialistiche, esami di laboratorio e accertamenti radiologici effettuati all’interno del Servizio sanitario regionale (Toscana), per l’anno 2012, stimata in 5 milioni di prestazioni in meno”… “La fuga dal servizio pubblico in Toscana è destinata ad allargarsi a seguito dell’intenzione della Asl di Firenze (circa 1/3 degli assistiti regionali) di indirizzare – tramite CUP aziendale -  pazienti non esenti con ricetta rossa verso strutture private che adottino tariffe calmierate concordate con la ASL. La motivazione formale è quella di creare un canale che contribuisca a ridurre le liste d’attesa della diagnostica per immagini. Il risultato finale è pertanto la creazione di due canali d’accesso paralleli: il cittadino esente viene prenotato, accettato e trattato in ASL, il cittadino “non esente” viene prenotato dal CUP aziendale ma inviato ad accettazione e “trattamento” presso strutture sanitarie in regime “privato – privato”. Firenze sarà la sede sperimentale di un modello che potrà diventareregionale, come auspica l’Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP)?”

Ma allora, sono tutti ciechi? No, ci sono anche quelli, ma il servilismo opportunista alla nuova ideologia è lucido e guarda lontano. Hanno fatto la scelta, tutta politica, del trasferimento di gestione di un importante fetta del Ssn alle famiglie del signor Mercati. Come ci chiarisce il prof Rodolfo Saracciche lavora al International Agency for Research on Cancer di Lione.Dicevanella sua relazione di apertura del 37° Congresso della Associazione Italiana di Epidemiologia (Redazione Si, 25 novembre 2013): “ Alla base della attuale crisi nelle sue multiple dimensioni, inclusa quella dei sistemi sanitari, vi è la dismissione del pensiero politico, nel senso letterale del dizionario di “esclusione dal proprio ambito di competenza”. Da circa trenta anni nei paesi economicamente avanzati la politica (nelle persone e atti prevalenti dei politici delle destre a quasi tutte le sinistre) ha estromesso da sé la politica: un’esclusione che all’origine è essa stessa un atto politico forte ma in seguito diviene un dato acquisito ed una forma mentale”… “Il governo è diventato “governance”, una forma di “management” o gestione dinamica delle organizzazioni di tipo impresa, che quando è applicata all’arte di governo ne fa, “un governo senza politica.”…. Negli ultimi mesi in Gran Bretagna la ripresa della crescita del Pil,… va di pari passo con l’aumento dei poveri. Nell’Europa dell’Euro, oggi largamente in fase depressiva, il meccanismo significa confisca pura e semplice di ricchezza da parte dei ricchi a spese delle classi di reddito medio e inferiori”… “Finché persisterà questo flusso di ridistribuzione della ricchezza qualunque sistema sanitario universalistico sarà sotto una pressione crescenteverso la scissione in segmenti differenziati, per disponibilità e qualità di prestazioni, per i diversi segmenti di ricchezza della popolazione”…

Ritornando ai valori di sinistra, che devono sostenere la politica di sinistra,Tomaso Montanari (chesarà a Venezia il 24 ottobre alle ore 17 in sala San Leonardo, che si trova, sulla destrapassato campo San Geremia, e poco dopo il ponte delle Guglie) in alcuni suoi interventi ha citato un passo di “Guasto è il mondo” di Tony Judt, che sintetizza quello che si è riportato sopra: “ i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi. Chi non ha bisogno di servizi pubblici (perché può comprare trasporti, istruzione e protezione sul mercato privato) non cerca le stesse cose di chi dipende esclusivamente dal settore pubblico. […] Le società sono organismi complessi, composti da interessi in conflitti fra di loro. Dire il contrario (negare le distinzioni di classe, di ricchezza, o di influenza) è solo un modo per favorire un insieme di interessi a scapito di un altro”.

Sul nostro Ssn scrive, in un recente documento sulla rivista on line “Salute Internazionale”, il gruppo di lavoro fiorentino di “Libertà e Giustizia e Diritti a Sinistra”(ne riporto un frammento),IL SERVIZIO SANITARIO PER TUTTI NON E’ PIU’ SOSTENIBILE:FALSO!: “La nostra idea è che il cambiamento della natura del Ssn – complice la “crisi” (infatti “Quelli che si oppongono al welfare non sprecano mai una buona “crisiN.Klein) sia stato decisamente voluto e scrupolosamente pianificato. Per ottenere il risultato si poteva intraprendere la strada, come in Spagna (assicurazioni) o in Inghilterra (privatizzazioni). Ma ciò richiedeva determinazione e coraggio politico. Si è invece preferita la strada del definanziamento, della progressiva distruzione del Ssn mediante asfissia, per generare la progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti del sistema sanitario. Una ricetta non originale, teorizzata da N. Chomski con la seguente formula: “Tagli i fondi, assicurati che le cose non funzionino, fai arrabbiare la gente e consegnerai il sistema al settore privato”.

 

Ricordava la senatrice Dirindin,10 giorni or sono in un incontro pubblico a Firenze, che il nostro sistema sanitario spende 35 miliardi in meno (circa due punti di Pil) di quello Francese e Tedesco (questi due sono sistemi mutualistici). Non saremo così ingenui da pensare che le famiglie del signor Mercati, così forti da riuscir a far smantellare il nostro sistema sanitario solidaristico (conseguente al art 32 Cost.), un domani non saranno in grado, con il sistema mutualistico-assicurativo a regime anche in Italia, di farsi dare dai loro governi quei 35 miliardi? E con quali tasche pensiamo che si salderà quel conto?

In conclusione i ticket sanitari sono

  • Iniqui perché colpiscono i lavoratori e i loro cari proprio nel momento del maggior bisogno: durante la malattia. In Italia, insieme ai tempi d’attesa, sono la principale causa di rinuncia alle cure per 7 milioni di cittadini.
  • Inutiliperché di fatto, fra entrate 2mld e 800 mln e spese per il recupero e la detassazione si spendono circa 1 mld e 800 mln. Incidono quindi meno del 1% sul bilancio sanitario.
  • Dannosiperché dirottano i cittadini verso il sistema sanitario privato,dirottando ulteriormente le risorse finanziarie di quello pubblico verso il privato.

Il 4 dicembre 2016 il popolo italiano ha ribadito: no ha modifiche della Costituzione! Ora si tratta di farla applicare. L’articolo 32 Cost. Dice che “ La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…” nel senso che la salute è il fondamento per poter godere degli altri diritti e in particolare di quel secondo comma del articolo 3 Cost.

Perché, allora, chiedere la sola eliminazione del superticket?!

Un programma di sinistra deve per lo meno prevedere l’immediata eliminazione di qualsiasi ticket sanitario e l’eguale qualità delle prestazioni nel sistema sanitario pubblico.

Cari saluti

 

Maurizio Nazari Padova 21 ottobre 2017

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